La “giusta furia” di Israele e le sue vittime a Gaza

5 gen 2009


La mia visita a casa in Galilea ha coinciso con il genocidio dell’attacco israeliano su Gaza. Lo Stato, attraverso i suoi media e con l'aiuto del suo mondo accademico, ha messo in onda una voce unanime - anche più forte di quella ascoltata nel corso del criminale attacco contro il Libano nell'estate del 2006. Israele è inghiottito ancora una volta in una “giusta” furia che si traduce in politiche distruttive nella Striscia di Gaza. Questa terribile auto-giustificazione per la disumanità e l'impunità non è solo fastidiosa, è un argomento su cui vale la pena soffermarsi, se si vuole comprendere l'immunità internazionale per il massacro che infuria su di Gaza.

Essa si basa innanzitutto e soprattutto sulle menzogne trasmesse con un newspeak (linguaggio eufemistico ambiguo utilizzato nella propaganda politica, definizione dell’Oxford Dictionary, NdT) che ricorda i giorni più scuri nell’Europa degli anni Trenta. Ogni mezz'ora un bollettino alla radio e alla televisione descrive le vittime di Gaza come terroristi, mentre le uccisioni di massa compiute da Israele sono un atto di auto-difesa. Israele si presenta al suo popolo come la vittima che giustamente si difende contro un grande male. Il mondo accademico è assunto a spiegare quanto sia malvagia e mostruosa la lotta palestinese, se è guidata da Hamas. Questi sono gli stessi studiosi che demonizzavano l’ultimo leader palestinese Yasser Arafat in un’epoca anteriore e delegittimavano il suo movimento di Fatah durante la seconda intifada palestinese.

Ma le bugie e le rappresentazioni distorte non sono la parte peggiore. E' l'attacco diretto sulle ultime vestigia di umanità e dignità del popolo palestinese che è intollerabile. I Palestinesi in Israele hanno dimostrato la loro solidarietà con il popolo di Gaza e ora sono marcati come una loro quinta colonna nello Stato ebraico; il loro diritto a rimanere nella loro patria viene messo in dubbio data la loro mancanza di supporto all’aggressione Israeliana.

Quelli tra loro che accettano - a torto, a mio parere - di comparire nei media locali sono interrogati, e non intervistati, come se fossero detenuti nella prigione di Shin Bet. La loro apparizione è preceduta e seguita da osservazioni razziste umilianti e sono additati con le accuse di essere una quinta colonna, persone fanatiche e irrazionali. E ancora questa non è la pratica peggiore. Ci sono alcuni bambini palestinesi dei territori occupati che sono sotto trattamento per il cancro in ospedali israeliani. Dio sa quale prezzo le loro famiglie hanno pagato per essere ammessi lì. La Radio di Israele va quotidianamente in ospedale a chiedere ai poveri genitori di dire al pubblico israeliano quanto Israele abbia il diritto di condurre il suo attacco e quanto malvagio sia Hamas nella propria difesa.

Non ci sono confini per l'ipocrisia che una furia “giusta” produce. Il discorso dei generali e dei politici muove dagli auto-complimenti per l'umanità dimostrata dall'esercito nelle sue operazioni “chirurgiche” da un lato, sino alla necessità, dall’altro lato, di distruggere Gaza una volta per tutte, in un modo “umano”, ovviamente.

Questa “giusta” furia è un fenomeno costante nell’appropriazione israeliana, prima che sionista, della Palestina. Ogni atto, sia la pulizia etnica, l’occupazione, il massacro o la distruzione, è stato sempre raffigurato come moralmente giusto e come un puro atto di auto-difesa, perpretrato da Israele nella sua guerra contro il genere peggiore di esseri umani. Nel suo eccellente volume The Returns of Zionism: Myths, Politics and Scholarship in Israel, Gabi Piterberg esplora le origini ideologiche e storiche di questa progressione del “giusto furore”. Oggi, in Israele, da sinistra a destra, dal Likud di Kadima, dal mondo accademico ai mezzi di informazione, si può ascoltare questa “giusta furia” di uno stato che è più occupato rispetto a chiunque altro al mondo a distruggere e a defraudare una popolazione indigena.

E ' fondamentale esplorare le origini ideologiche di questo atteggiamento e trarre le necessarie conclusioni politiche che costituiscono la sua prevalenza. Questo “giusto furore” fa scudo per la società e i politici in Israele rispetto a qualsiasi rimprovero o critica esterna. Ma cosa di gran lunga peggiore, è sempre tradotto in politiche distruttive contro i Palestinesi. Con nessun meccanismo interno di critica e nessuna pressione esterna, ogni Palestinese diventa un potenziale obiettivo di questa furia. Data la potenza di fuoco dello Stato ebraico, essa può inevitabilmente finire solo in più omicidi di massa, massacri e pulizia etnica.

L'auto-giustizia è un potente atto di abnegazione e di giustificazione. Essa spiega il motivo per cui la società ebraica israeliana non sarebbe mossa da parole di saggezza, persuasione logica o dialogo diplomatico. E se uno non vuole approvare la violenza come mezzo di opposizione, vi è un solo modo di procedere: cambiare mentalità su questa giustizia, identificandola come un’ideologia malvagia, destinata a coprire le atrocità umane. Un altro nome per questa ideologia è il Sionismo, e una forte critica internazionale per il Sionismo, non solo per la particolare politica israeliana, è l'unico modo di contrastare questa auto-giustizia. Dobbiamo cercare di spiegare non solo al mondo, ma anche agli Israeliani stessi, che il Sionismo è una ideologia che sostiene la pulizia etnica, l’occupazione e ora massicci massacri. Ciò che occorre adesso è non solo una condanna degli attuali massacri, ma anche la delegittimazione dell'ideologia che ha prodotto tale politica e che si giustifica moralmente e politicamente. Speriamo che voci significative nel mondo dicano allo Stato ebraico che questa ideologia e la condotta dello Stato sono intollerabili e inaccettabili e che fintanto che persistono, Israele sarà boicottato e soggetto a sanzioni.

Ma io non sono ingenuo. So che anche l'uccisione di centinaia di innocenti Palestinesi non sarebbe sufficiente a produrre un cambiamento nella opinione pubblica occidentale; è ancora più improbabile che i crimini commessi a Gaza possano indurre i governi europei a cambiare la loro politica nei confronti della Palestina.

E ancora, non possiamo permettere che il 2009 sia l’ennesimo anno, meno significativo del 2008, l'anno commemorativo della Nakba, che non soddisfa le grandi speranze che tutti avevamo per la sua potenziale capacità di trasformare radicalmente l’atteggiamento occidentale nei confronti della Palestina e dei Palestinesi .

Sembra che anche i più orrendi crimini, come il genocidio a Gaza, siano trattati come eventi discreti, estranei a tutto ciò che è accaduto in passato e non associati con qualsiasi ideologia o sistema. In questo nuovo anno, dobbiamo cercare di informare l'opinione pubblica sulla storia della Palestina e sulla malvagità della ideologia sionista come mezzo sia per dimostrare le operazioni di genocidio come quelle in corso a Gaza, sia come un modo di prevenire cose peggiori in futuro.

Accademicamente, questo è già stato fatto. La nostra sfida principale è quella di spiegare efficacemente la connessione tra l’ideologia sionista e le passate politiche di distruzione, sino alla crisi attuale. Può essere più facile farlo mentre, nelle più terribili circostanze, l'attenzione del mondo è rivolta alla Palestina ancora una volta. Sarebbe più difficile nelle occasioni in cui la situazione sembra essere "calma" e meno drammatica. In tali momenti "rilassati", l'arco della breve attenzione dei mezzi d'informazione occidentali emarginerebbe ancora una volta la tragedia palestinese e la dimenticherebbe a causa di terribili genocidi in Africa o della crisi economica e degli scenari ecologici apocalittici nel resto del mondo. Mentre i media occidentali non sembrano essere interessati a qualsiasi stoccaggio storico, è solo attraverso una valutazione storica che l'entità dei crimini commessi contro il popolo palestinese nel corso degli ultimi 60 anni può essere esposta. Pertanto, è il ruolo di un’università attiva e dei media alternativi quello di insistere su questo contesto storico. Questi agenti non dovrebbero sottrarsi dall’educare l'opinione pubblica e, auspicabilmente, dovrebbero anche influenzare i politici più coscienziosi per focalizzare gli eventi in una prospettiva storica più ampia.

Allo stesso modo, potremmo essere in grado di trovare il modo popolare, in quanto distinto dalla sensibilità accademica, di spiegare chiaramente che la politica di Israele - negli ultimi 60 anni - nasce da una ideologia razzista egemonica chiamata Sionismo, protetta dal riparo di infiniti strati di “giusto furore”. Nonostante la prevedibile accusa di antisemitismo, è il momento di associare nella collettività l'ideologia sionista con gli ormai familiari punti di riferimento storici della terra: la pulizia etnica del 1948, l'oppressione dei Palestinesi in Israele durante i giorni della dittatura militare, la brutale occupazione della Cisgiordania e ora il massacro di Gaza. Così come l'ideologia dell’apartheid ha spiegato molto bene la politica oppressiva del governo sudafricano, questa ideologia - nella sua varietà più consensuale e semplicistica - ha permesso a tutti i governi israeliani in passato e nel presente di “dis-umanizzare” i Palestinesi ovunque si trovino e li ha indotti a sforzarsi per distruggerli. I mezzi sono cambiati da periodo a periodo, da luogo a luogo, così come ha fatto il racconto che copre queste atrocità. Ma vi è un chiaro modello che non può essere discusso solo nell’ambito delle torri d'avorio accademiche, ma che deve essere parte del dibattito politico sulla realtà contemporanea nella Palestina di oggi.

Alcuni di noi, vale a dire quelli impegnati per la giustizia e la pace in Palestina, inconsapevolmente eludono questo dibattito concentrandosi, e questo è comprensibile, sui territori palestinesi occupati (OPT) - Cisgiordania e Striscia di Gaza. C’è una missione urgente, lottando contro le politiche criminali. Ma questa non dovrebbe trasmettere il messaggio che i poteri che sono in Occidente hanno adottato volentieri da uno spunto di Israele, che la Palestina è solo in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, e che i Palestinesi sono solo le persone che vivono in quei territori. Dobbiamo ampliare la rappresentanza della Palestina geograficamente e demograficamente con la narrazione storica degli eventi a patire dal 1948 e dobbiamo chiedere pari diritti umani e civili per tutte le persone che vivono, o erano solite vivere, in quello che oggi sono Israele e i territori palestinesi occupati (OPT) .

Collegando l’ideologia Sionista e le politiche del passato con le attuali atrocità, saremo in grado di fornire una chiara e logica spiegazione per la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Sfidare con mezzi non violenti uno stato basato sull’ideologia dell’auto-giustizia, aiutato da un mondo muto, che devasta e distrugge il popolo indigeno della Palestina, è una causa giusta e morale. E 'anche un modo efficace di galvanizzare l'opinione pubblica non solo contro l'attuale politica di genocidio a Gaza, ma anche un sistema in grado di prevenire future atrocità. Ma ancora, più importante di qualsiasi altra cosa, questo bucherà la bolla della “giusta furia” che soffoca i Palestinesi ogni volte che si gonfia. Esso contribuirà ad esaurire l’immunità occidentale per l’impunità di Israele. Senza quell'immunità, si spera che più e più persone in Israele cominceranno a vedere la vera natura dei crimini commessi in loro nome, indirizzando la loro furia contro coloro che hanno intrappolato loro e i Palestinesi in questo ciclo di inutile spargimento di sangue e violenza.

Testo originale: Israel's righteous fury and its victims in Gaza di Ilan Pappe, Docente Israeliano di Storia presso l'Università di Exeter(GB)

Tradotto da Monia Benini

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Pubblicato da Faber alle 18:49  
2 commenti
EMERGENZA DEMOCRATICA ha detto...

DUNQUE...

Avete "MEMORIZZATO" e "METABOLIZZATO" ciò che avevamo scritto nei giorni passati, come vi abbiamo consigliato nei post precedenti?

Dunque.

Provate ora a pensare ad un "REFERENDUM" dove si chiede di abrogare la Legge del 1965 (quella di cui abbiamo parlato domenica 4 gennaio) per cui, in caso di approvazione, si ripristinasse automaticamente la Legge del 1948 (quella di cui parlavamo venerdi 2 gennaio) con cui i nostri cari politicanti "ONOREVOLI" andrebbero a "GUADAGNARE" le 65.000 lire (euro 33,57) citate nel testo.
Quante persone credete si "UNIREBBERO" e "FIRMEREBBERO" per un "REFERENDUM" volto a ripristinare una Legge del genere e quante pensate scenderebbero in "PIAZZA", senza "COLORI" e senza "PARTITI", a gridarlo in faccia ai nostri cari "POLITICANTI"?
Altro che 10.000 e.mail da inviare o 200.000 sottoscrizioni per denunciare "MILLE" cose di cui agli italiani non gliene frega niente!
Che ne dite, ci proviamo?...

7 gennaio 2009 07:30  
EMERGENZA DEMOCRATICA ha detto...

... E NON STAVAMO SCHERZANDO...

Oggi, per chiarire che "NON STAVAMO SCHERZANDO" riguardo al "REFERENDUM" di cui abbiamo parlato nei nostri ultimissimi post, vi informiamo che il "REFERENDUM" c'è ed è già pronto anche il modulo per la raccolta firme (qui di fianco); si tratta ora di depositare il testo in "CASSAZIONE" ed iniziare a fare sul serio.
Adesso vedremo:
1) chi, fra i "CITTADINI" e i "POLITICI", è in "BUONAFEDE" per cui sentirà il "DIRITTO/DOVERE" di contribuire con la propria "FIRMA", a prescindere da "PARTITI", "COLORI" e "INTERESSI" di parte, promuovendo dovunque e in ogni modo questo appello,
2) chi, fra i "CITTADINI" e i "POLITICI", invece è in "MALAFEDE", per cui troverà "MILLE" scuse pur di "NON FIRMARE"...

8 gennaio 2009 08:40  

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